VITA DI UN ESPLORATORE GENTILUOMO

Astrolabe N° 5
CRLV – Université Paris-Sorbonne
Ta di un esploratore gentiluomo. Il duca degli abruzzi
“Preferisco che intorno alla mia tomba s’intreccino le fantasie delle donne somale, piuttosto che le ipocrisie degli uomini civilizzati”

Mirella Tenderini - Michael Shandrick, Vita di un esploratore gentiluomo

couverture.jpgMirella Tenderini - Michael Shandrick,
Vita di un esploratore gentiluomo.
Il Duca degli Abruzzi
, Milano, Corbaccio, 2006

 

Déjà publié en 1997, cet essai sur le Duc Louis Amédée de Savoie-Aoste vient d'être réédité chez Corbaccio, avec une série de stupéfiantes photographies en noir et blanc, prises par Vittorio Sella pendant les voyages et les explorations du Duc des Abruzzes. Écrit à quatre mains par deux journalistes, l'une italienne, l'autre américain, il s'agit d'un essai très rigoureux du point de vue historique et biographique, mais passionnant comme un roman d'aventure. Résultat de l'étude d'une riche bibliographie, le livre ne s'étend pas seulement sur les prouesses du Duc des Abruzzes explorateur, mais il nous rend une image très personnelle et intime de l'homme Louis Amédée, en traçant une biographie scrupuleuse et un panorama historique de l'époque fin de siècle et de la première guerre mondiale, jusqu'aux premiers années de la dictature fasciste.

"Preferisco che intorno alla mia tomba s'intreccino le fantasie delle donne somale, piuttosto che le ipocrisie degli uomini civilizzati". Così rispondeva il Duca degli Abruzzi a Vittorio Sella, compagno di viaggio di tante spedizioni e nipote del primo ministro Quintino, che lo invitava a non abbandonare le cure iniziate in Italia e a non trasferirsi in Africa, nel villaggio somalo dove Luigi Amedeo di Savoia-Aosta morirà qualche mese più tardi, il 18 marzo 1933. Degna risposta di un uomo che ha percorso il mondo, che è entrato in comunione con le culture incontrate lungo le proprie esplorazioni e che, soprattutto, non ha mai voluto far parte di quel mondo aristocratico troppo etichettato, che il suo titolo gli avrebbe permesso di sfruttare. Il volume di Mirella Tenderini e Michael Shandrick ripercorre meticolosamente la vita del Duca degli Abruzzi, attraverso le sue esplorazioni e gli intrecci con la storia italiana e mondiale, con uno sguardo particolare all'introspezione, analizzando l'indole di Luigi Amedeo di Savoia.

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Il Duca degli Abruzzi in alta uniforme da ammiraglio (1918)

Nato il 29 gennaio a Madrid, Luigi era il terzogenito di Amedeo di Savoia-Aosta, da due anni re di Spagna; il duca venne alla luce in momento politico molto difficile: l'insediamento di un re straniero sul trono spagnolo non aveva procurato simpatia né tra i sostenitori della corona, né ovviamente tra i repubblicani. Dopo due anni di impopolarità e di attentati, appena quattordici giorni dopo la nascita di Luigi Amedeo, il re abdicò e si trasferì con la famiglia a Lisbona, per poi passare qualche tempo dopo in Italia.

Luigi Amedeo trascorse gli anni dell'infanzia e della giovinezza tra brillanti studi e esperienze marinare, arruolato fin dall'età di sei anni e mezzo come mozzo nel Corpo Reali Equipaggi della Regia Marina Militare Italiana. Ma era durante le estati, passate prevalentemente a contatto con la natura, che il giovane duca si appassionava sempre più alle gite in montagna, in particolare nelle vaste riserve di caccia sul Gran Paradiso, e trovò una sostenitrice nella regina Margherita, celebre per le proprie scalate alpine. Fu dunque a partire dal 1892 che il Duca, accompagnato da alcune guide e da diversi tra gli alpinisti più celebri del tempo, iniziò ad effettuare numerose arrampicate, scalando con successo il Gran Paradiso, il Monte Bianco, il Dente del Gigante, le cime principali del Monte Rosa e il Cervino lungo la Cresta di Zmutt, un versante molto pericoloso, scalato, prima d'allora, solamente due volte.

All'inizio di novembre 1894, il Duca partì a bordo della Cristoforo Colombo per un lungo giro intorno al mondo, assieme ad alcuni di coloro che saranno, negli anni successivi, i suoi compagni di tutte le scalate e le imprese, tra loro in particolare Umberto Cagni e il medico Filippo de Filippi, che scriverà quasi tutte le relazioni di viaggio. Fu durante questo viaggio che Luigi Amedeo iniziò a progettare una spedizione sul Nanga Parbat, nella zona meridionale del Karakorum, ma un'epidemia di colera in India e una forte carestia nel Punjab lo indussero a lasciare cadere l'idea. Durante il viaggio lungo le coste del Nord America, il Duca ammirò le cime attorno all'isola di Vancouver e apprese dell'inviolata cima del Sant'Elia (5489 metri). Il progetto di scalata era particolarmente ambizioso, ma la ricerca dei finanziamenti italiani per l'organizzazione dell'impresa non appariva delle più semplici: l'Italia usciva dalla disfatta di Adua del 1 marzo 1896 e non era certo semplice trovare i fondi per una costosa spedizione alpinistica. Tuttavia, la regina Margherita non perse l'occasione di intercedere in suo favore presso il re Umberto I, sottolineando come un'impresa del genere avrebbe rilanciato il prestigio della monarchia italiana agli occhi non solo del paese, ma anche del resto del mondo, e così nel 1897 il Duca potè partire finanziato dallo zio e dallo stato italiano.

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La montagna del Sant'Elia in Alaska,
in una spettacolare fotografia di Vittorio Sella

I tentativi di scalata al Sant'Elia erano stati numerosi, ma i più avevano fallito non tanto sulle pareti della montagna quanto durante la marcia di avvicinamento, che doveva svolgersi attraverso numerosi ghiacciai, senza alcuna possibilità di rifornimento per almeno due mesi. Il Duca decise dunque di preparare minuziosamente razioni, fornelli a petrolio per scaldare la neve (e non dover trasportare acqua), attrezzature caricate su slitte e assoldò portatori locali per il trasporto del materiale alle pendici della montagna. Inoltre, e qui era la differenza rispetto alle altre spedizioni precedenti, Luigi Amedeo era accompagnato da numerose guide alpine, esperte nelle ricognizioni ad alta quota e nell'affrontare i ghiacciai: fu forse questa una delle idee che permise al Duca degli Abruzzi di raggiungere la vetta del Sant'Elia, in un mese esatto dalla partenza ai piedi della montagna. Il prestigio della scalata fu enorme, soprattutto perché l'impresa era stata condotta in terra straniera, "soffiando" la cima ai padroni di casa.

La capacità di resistenza a temperature polari, verificata in Alaska, spinse il Duca degli Abruzzi a inziare a progettare una spedizione al Polo Nord, che fino ad allora non aveva fatto che mietere vittime tra gli esploratori che ne avevano tentato la conquista. Dopo una ricognizione alle isole Svalbard, nel maggio 1899 il Duca partì a bordo di una baleniera alla volta di Oslo, dove l'equipaggio si trasferì a bordo della Stella Polare, salpata dalla capitale norvegese il 12 giugno 1899; l'intento del Duca era di lasciare che la nave venisse imprigionata dai ghiacci polari, così da fungere da campo base per gli esploratori, e riprendere il mare al momento del disgelo.

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La Stella Polare imprigionata tra i ghiacci
del Polo Nord e fortemente inclinata

La situazione in realtà non fu rosea per la spedizione italiana: innanzitutto non fu possibile utilizzare la nave come rifugio invernale sui ghiacci, perché l'inclinazione assunta non permetteva la vita a bordo, tutto il materiale venne quindi sbarcato, creando un accampamento a terra, e per i due mesi successivi gli uomini si occuparono di riparare la nave, gravemente danneggiata dai ghiacci. La spedizione vera e propria era organizzata in maniera piramidale, con tre squadre che avrebbero dovuto portare provviste a tre campi avanzati a diverse latitudini, in modo da renderli riforniti per un approdo in qualsiasi momento. In realtà, il cattivo tempo, i congelamenti da cui tutti gli uomini erano afflitti (allo stesso Duca furono amputate due falangi della mano sinistra), i rallentamenti dovuti al ghiaccio e alcuni calcoli sbagliati portarono ad una situazione insostenibile: dopo avere raggiunto una latitudine di 86°34′, la squadra composta da Umberto Cagni e due guide dovette rientrare alla nave, non senza aver dovuto sacrificare quasi tutti i cani da slitta, avendo esaurito tutti i viveri.

Pur non avendo raggiunto il Polo Nord, la spedizione rinnovò al Duca degli Abruzzi il prestigio e la fama già ottenuti negli anni precedenti, anche se il suo rientro a Roma in settembre 1900 coincise con le cerimonie di cordoglio per la morte del re Umberto I, ucciso il 29 luglio a Monza dall'anarchico Gaetano Bresci, e l'incoronazione del nuovo re, Vittorio Emanuele III.

"Spero che un uomo votato al suo lavoro, un alpinista appassionato prenda in considerazione il Ruwenzori e lo studi, lo esplori da cima a fondo, attraversando le sue enormi creste e i suoi profondi canali": così si augurava Henry Morton Stanley, che aveva intravisto i cosiddetti Monti della Luna durante le esplorazioni dell'Africa centrale. Nel 1904, il Duca degli Abruzzi apprende della morte del grande giornalista inglese e, leggendo proprio queste dichiarazioni su un giornale, immediatamente capisce di essere la persona adatta a tentare la scalata del Ruwenzori.

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Veduta del Ruwenzori

Una tale spedizione prevedeva grossi problemi organizzativi, poiché si trattava di attraversare l'Africa equatoriale nel caldo torrido e procedere poi verso la salita della montagna, tra ghiaccio e neve. Il gruppo partì senza clamore nella primavera 1906, nei giorni immediatamente successivi all'eruzione del Vesuvio. L'attraversamento delle zone equatoriali rivelò difficoltà, dovute principalmente al caldo, ma grazie ad un folto gruppo di portatori ingaggiati sul posto, il Duca riuscì a far trasportare ai piedi delle montagne tutto il materiale necessario alla scalata. Insieme alle guide e agli altri compagni di viaggio, il Duca scalò tutte le principali cime del gruppo del Ruwenzori, vette tutte al di sopra dei 4500 metri, per terminare con la montagna più alta, i 5125 metri del Monte Stanley. Era la consacrazione del Duca: il 14 gennaio 1907, Luigi Amedeo tenne una conferenza alla Royal Geographical Society, davanti al fior fiore della società britannica, e in un inglese perfetto presentò i risultati delle esplorazioni e delle ricerche etnografiche condotte in Africa, accompagnate dalla proiezione delle fotografie di Vittorio Sella; l'incontro suscitò le lodi e l'ammirazione dell'alta aristocrazia inglese e dello stesso principe di Galles e la conferenza venne ripetuta il 7 febbraio alla Società Geografica Italiana a Roma.

Passarono solo due anni e il Duca era già al lavoro per preparare una spedizione asiatica e l'interesse si rivolse alla catena del Karakorum, 400 chilometri di confine naturale tra India e Cina, con vette che oscillano tra i 7000 e gli 8000 metri. La preparazione fu meticolosissima e il Duca stesso disegnò e progettò tende speciali, per la resistenza oltre i 6000 metri. L'intento del Duca era di riuscire a scalare il K2, con i suoi 8611 metri la seconda montagna più alta del mondo dopo l'Everest, ma il cattivo tempo, le continue bufere di neve e la nebbia permisero al gruppo di scalatori di raggiungere solo il largo sperone, denominato da allora Sperone Abruzzi, dove avevano posto il terzo campo. Tuttavia, le stupefacenti fotografie di Vittorio Sella furono le prime a ritrarre in tutta la sua imponenza e bellezza il K2 e, data la loro nitidezza e precisione, hanno continuato ad essere usate in tutte le esplorazioni successive, anche e soprattutto dalla spedizione italiana del 1954, diretta da Ardito Desio, che con Lino Lacedelli e Achille Compagnoni conquistò per la prima volta il K2. Nonostante la rinuncia al K2, il Duca stabilì successivamente il nuovo record di altezza, raggiungendo i 7498 metri sul Bride Peak, o Chogolisa, pur non toccandone la cima a causa di ininterrotte tempeste di neve.

 

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Il K2 in una fotografia del Duca degli Abruzzi,                                Sul ghiacciaio Baltoro,                     
utilizzata come copertina per la relazione della spedizione,              ai piedi dei massicci del Karakorum,                           
                                                                                    in una fotografia di Vittorio Sella

Durante gli anni della guerra Luigi Amedeo di Savoia era stato nominato comandante in capo delle forze navali alleate e fu impegnato a difendere la flotta italiana dagli attacchi turchi e austriaci nell'Adriatico; promosso viceammiraglio nel 1912, nel febbraio 1918 fu nominato ammiraglio, anche se già dal 1917 il Duca era stato rimosso affidando l'incarico del comando dell'Armata Navale all'ammiraglio Thaon di Revel.

Il Duca si era sempre tenuto ai margini della politica, non aveva particolare simpatia per Mussolini, anche se il regime celebrò sempre le sue imprese; già da diversi anni Luigi Amedeo di Savoia era impegnato nella progettazione di un villaggio agricolo in Somalia, con frequenti viaggi nella regione del Benadir et dello Uebi-Scebeli, che sarà l'oggetto della sua ultima spedizione esplorativa: a partire dall'ottobre del 1928, la spedizione percorse la valle dell'Uebi-Scebeli fino alle sue sorgenti, effettuando importanti misurazioni e ridisegnando in modo corretto e dettagliato la mappa di quelle zone sconosciute.

Nel frattempo la SAIS, la Società Agricola Italo-Somala, procedeva nella realizzazione del progetto del Duca, costruendo un villaggio con un'azienda agricola ben organizzata, una rete di irrigazione, dighe, stalle, magazzini e strutture di servizio. Ai finanziamenti per la realizzazione non fu estranea la ricca ereditiera americana Katherine Elkins, un tempo fidanzata del Duca, ma il cui progetto di matrimonio andò a monte a causa delle mire economiche del padre di lei. Sposatasi con un americano e successivamente divorziata, rimase sempre in contatto con il Duca e gli fece giungere forti somme che contribuirono alla buona riuscita dell'azienda somala.

Afflitto da diabete e da tumore alla prostata, Luigi Amedeo di Savoia morì il 18 marzo 1933 in Somalia e lì fu sepolto; la sua tomba divenne una sorta di luogo di culto e, benchè l'Italia avesse ricevuto i permessi per traslare la salma al sicuro, ai tempi della dittatura di Siad Barre, negli anni ′70, il nipote del Duca, Amedeo d'Aosta, preferì lasciare il Duca degli Abruzzi dove egli aveva deciso di vivere gli ultimi anni e di essere sepolto, tra quel popolo somalo che tanto amava.

La biografia di Tenderini e Shandrick dipinge un ritratto vivo e introspettivo del Duca degli Abruzzi, oltre a fornire una rigorosa mole di materiale circa le sue esplorazioni, affiancato da una precisa cronologia della vita di Luigi Amedeo di Savoia e degli avvenimenti storici tra la fine dell'Ottocento e la prima metà del Novecento, una ricca bibliografia sul Duca e sulla storia dell'alpinismo e delle esplorazioni e una intensa prefazione di Walter Bonatti, celebre alpinista, che fece parte della spedizione di Ardito Desio del 1954 e che contribuì in modo fondamentale alla conquista del K2, sacrificandosi in una terribile nottata oltre gli 8000 metri per assicurare le bombole di ossigeno a Lacedelli e Compagnoni.

Alessandra Grillo

Quatrième de couverture

Questo libro racconta le imprese di uno dei massimi esploratori e conquistatori di catene ghiacciate, di distese polari, di fiumi misteriosi, ma soprattutto emerge da queste pagine la testimonianza di un puro ideale saldo nei principi, determinato nell'azione, mosso dalla solenne grandezza della natura. Valori meritevoli di approvazione e di lode che danno la misura dell'uomo che il Duca degli Abruzzi è stato.

Dalla Prefazione di Walter Bonatti

Revers de couverture

Nato a Madrid nel 1873, terzogenito del re di Spagna Amedeo d'Aosta e nipote del re d'Italia Vittorio Emanuele II, Luigi Amedeo si dedicò fin da giovanissimo alle sue grandi passioni: l'avventura e le esplorazioni. Conclusa l'Accademia navale di Livorno, viaggiò per mare in tutto il mondo e fra il 1897 e il 1900 realizzò le prime spedizioni che lo resero famoso compiendo la prima ascensione del monte Sant'Elia, in Alaska, e guidando la spedizione della Stella Polare che raggiunse la latitudine Nord più avanzata dell'epoca. Tra il 1903 e il 1905 circumnavigò la terra passando per lo stretto di Magellano, toccando Cina e Australia e tornando per il mar Rosso. Nel 1906 scalò le cime più alte della catena del Ruwenzori, dalla quale scaturiscono le acque che danno origine al Nilo, e pochi anni dopo, nel 1909, in una spedizione al Karakorum, aprì la famosa via di salita lungo lo sperone Est del K2 (da allora denominato Sperone Abruzzi) e raggiunse, in un tentativo di scalata del Bride Peak, la quota di 7498 metri, che rimase il record mondiale di altitudine fino al 1922. A capo della flotta alleata durante la prima guerra mondiale, si recò successivamente in Somalia dove fondò un villaggio agricolo in collaborazione con le popolazioni locali e dove morì nel 1933.

A Luigi Amedeo d'Aosta, ultima figura di esploratore romantico, Mirella Tenderini e Michael Shandrick hanno dedicato un libro rigoroso dal punto di vista storico e avvincente come un romanzo d'avventura.

Les auteurs

Mirella Tenderini opera da anni nel settore dell'editoria e ha scritto diversi libri su viaggi ed esplorazioni; Michael Shandrick è giornalista freelance in ambito economico e del marketing ed è autore di sceneggiature cinematografiche e recensioni di libri di montagna per riviste specializzate.

Référence bibliographique:

Mirella Tenderini - Michael Shandrick, Vita di un esploratore gentiluomo. Il Duca degli Abruzzi, Milano, Corbaccio, 2006, 304 p., 18.60 €, 40 photos en noir et blanc, ISBN 88-7972-832-6

Pour citer cet article:

Référence électronique
Alessandra GRILLO, « VITA DI UN ESPLORATORE GENTILUOMO », Astrolabe [En ligne], Septembre 2006, mis en ligne le 25/07/2018, URL : https://astrolabe.msh.uca.fr/septembre-2006/dossier/vita-di-un-esploratore-gentiluomo