LES HOMMES QUI MARCHENT DI MALIKA MOKEDDEM

Astrolabe N° 18
Università di Palermo
Les hommes qui marchent di Malika Mokeddem
Dal nomadismo alla sedentarizzazione

LES HOMMES QUI MARCHENT DI MALIKA MOKEDDEM
Dal nomadismo alla sedentarizzazione

 

Les Hommes qui marchent est un roman autobiographique où l'auteur raconte l'histoire de sa famille de l'époque coloniale à nos jours. Zohra, la grand-mère de la petite protagoniste, Leïla, transmet à la fille la tradition du désert évoquant le passé nomade du clan des Ajalli. Le Sahara, espace du mouvement des nomades, devient l'espace psychique de l'imaginaire de la petite sédentarisée.

La narrativa postcoloniale, in particolare quella scritta da donne, offre frequenti esempi di romanzi che, in una forma assimilabile al romanzo di formazione europeo, narrano un percorso di crescita e di formazione che accompagna la protagonista dall'infanzia alle soglie dell'età adulta. Ma l'incidenza di fattori quali il genere sessuale, la componente etnica e il rapporto con il luogo nella formazione della soggettività, elementi secondari nel romanzo di formazione europeo, fa sì che il modello originario resti, nei romanzi delle autrici postocoloniali (tanto le Maghrebine quanto le scrittrici dell'Africa subsahariana e della diaspora nera e caraibica), poco più di un punto di partenza. Nozioni come quella di appartenenza, di identità familiare, nazionale e linguistica, date per acquisite nel romanzo di formazione europeo, sono nel romanzo postcoloniale spesso ambigue e problematiche.

In una narrazione solo apparentemente lineare come quella di Les Hommes qui marchent[1], si compie, ad esempio, la destrutturazione del mondo e dei valori del Bildungsroman europeo, un genere che in una forma ibrida, sincretica, transculturale è assurto a nuova vita nelle letterature postcoloniali.

Le caratteristiche strutturali e tematiche di Les Hommes qui marchent consentono di considerarlo un romanzo di formazione: una giovane protagonista, Leïla, in transito tra mondi diversi, una chiara identificazione con il luogo di origine, una condizione di genere segnata da una forte cultura patrilineare, lacerazioni affettive, un finale non evidentemente risolto.

Un importante elemento di differenza con il modello europeo è la rilevanza data nella narrazione al contesto spaziale dei personaggi. A differenza di quanto accade nei testi canonici autobiografici occidentali in cui lo spazio coincide con quello della cultura occidentale e non necessita di ulteriori definizioni, gli autori e le autrici postcoloniali, non potendo fare riferimento a rappresentazioni attendibili del proprio ambiente, cercano di costruire una rappresentazione dell'"io" come "io" posizionato[2], e spesso nei romanzi storia del luogo e storia individuale risultano sovrapposti in un tutto inscindibile. Come non pensare al forte legame tra Zohra, la nonna di Leïla, nomade sedentarizzata, ed il suo deserto, questo spazio immenso attraversato dai nomadi che per Leïla/Mokeddem rappresenta una forma di alterità estrema all'interno dell'alterità umana, del suo deserto interiore:

Le désert, qui est bien plus qu'un simple cadre, se retrouve également dans chaque texte de Mokeddem. Le désert est le symbole de la vie et de l'éthique nomades ; un espace de l'imagination, de la liberté et de la tolérance ; un lieu d'apaisement ou de violence ; un quasi-personnage qui s'incruste dans la vie des gens pour les pousser à fuir ou à saisir la liberté ; un lieu hybride qui représente un rêve de multiplicité dans la paix[3].

Malika Mokeddem, scrittrice di origine nomade, appartenente alla seconda generazione di gruppi che hanno dovuto, loro malgrado, sedentarizzarsi[4], possiede delle tracce fresche nella memoria di questo nomadismo. Nata nella cultura della scrittura ma impregnata di tradizioni orali molto forti, mantiene il ricordo di un modo di vivere ancestrale che la situa alla periferia della sua semiosfera di origine e diviene parte integrante di questa prospettiva altra, in cui il sedentario rappresenta la figura dell'alterità per eccellenza.

Questo primo romanzo "comporte une large part d'autobiographie"[5], come ha affermato l'autrice stessa. In esso troviamo molti dei temi che caratterizzano sia i testi scritti da donne sia i temi che caratterizzeranno la scrittura di Mokeddem: il nomadismo, il deserto, l'oppressione del sistema patriarcale, la denuncia storica e sociale, l'istruzione come liberazione, l'esilio.

Dal punto di vista del contenuto, il romanzo ripercorre la storia del clan degli Ajalli, una famiglia di nomadi, costretta alla sedentarizzazione, che si stabilisce in un villaggio. La protagonista è Leïla che nasce a Kénadsa nel 1949, come l'autrice; anche lei inizia la scolarizzazione prima dello scoppio della guerra d'Algeria, per poi proseguire gli studi di medicina. Il racconto si chiude con l'immagine della protagonista che decide di iniziare a scrivere.

Gli avvenimenti di Sétif del 1945, consistenti in una serie di rivolte indigene, segnano l'inizio della sedentarizzazione degli Ajalli. Nel testo sono citati altri fatti storici che costituiscono la struttura cronologica del racconto: la rivolta del 20 agosto 1955, l'arresto di Ben Bella del 1956, lo sciopero generale del gennaio 1957, il referendum del 1962. Questi points de repères, oltre a permettere un orientamento nella storia algerina, consentono di mettere in risalto l'oppressione nei confronti del clan nomade, che si confronta con una temporalità estranea alla sua cultura d'origine.

Lo spazio in cui ci si muove è il deserto, presenza immobile nella psiche della narratrice, tropo dominante nella scrittura dell'autrice[6]. È impossibile separare il suo lavoro dalla sua poetica sahariana in cui il deserto si trasforma in un palinsesto multi-strato della memoria ancestrale e della documentazione culturale come pure luogo di conoscenza "ricordata" e dell'identità trasmesse oralmente con le dimensioni fisiche della spazialità. Le trascrizioni spaziali della cultura del deserto assomigliano alle tracce pre-discorsive della memoria situate fra le linee narrative, pervadendo l'intero testo per rivelare lo spazio indifferenziato dell'inconscio nella creazione letteraria ed artistica. Il deserto si trasforma nello spazio culturale primordiale della conoscenza che mantiene la "memoria viva" malgrado le minacce interne ed esterne di amnesia e annullamento:

Comment envisager l'écoulement du temps dans un paysage aussi immuable? Ici, on ne dit « l'année de ceci, l'année de cela » que pour marquer un événement. Néant derrière. Néant devant. Aucune limite ne résiste aux démesures du Sahara. Ici, les lumières effacent et brûlent les confins. Ici, l'espace et le ciel se dévorent indéfiniment. Configuration d'éternité qui rend caduques les durées[7].

Il deserto acquisisce le proporzioni mitiche abbracciando una vastità che comprende tutto, dove lo spazio all'aperto ed il cielo presentano un orizzonte indistinguibile e una resistenza alle delimitazioni territoriali. L'idea di una frontiera senza confine è di importanza particolare per Mokeddem la cui vita personifica l'atto dell'attraversamento trasgressivo del confine nel tempo e nel luogo, viaggi diasporici dei meandri nomadi fra la casa e l'esilio che ha messo in discussione la nozione stessa di mobilità postcoloniale in termini di spazio fisico e possibilità creativa. A questo riguardo, la fisicità del deserto rispecchia sia la fisicità della lotta delle donne per la soggettività sia la lotta della comunità nomade per la sopravvivenza una volta affrontata l'esigenza di una vita sedentaria.

Sia il paesaggio che la tribù sono inscritti in una descrizione dell'origine per confermare l'affermazione di Guattari e di Deleuze che la vita e la civilizzazione in genere, cominciano e finiscono nel sud, il sud che metaforicamente si riferisce ad uno spazio nomade senza limiti[8]. A tale riguardo, il romanzo suggerisce che il deserto rappresenta un orizzonte di possibilità, un'espansione creativa dei limiti dell'esistenza ("Mais dans ce désert, image même de l'outrance et qui exalte les pensées, on a une telle peur de l'imagination![9]). L'idea dell'espansione è cruciale una volta confrontata con i limiti della vita sedentaria per cui la nonna Zohra confronta la relegazione dell'immobilità alla passività della morte nella recinzione, "L'immobilité du sédentaire, c'est la mort qui m'a saisie par les pieds"[10].

La formulazione di Guattari e Deleuze del deserto come uno spazio rizomatico rinforza l'idea della spazialità orizzontale, l'intermezzo del trovarsi in mezzo in cui il rizoma non ha né inizio né fine, ma sempre un centro da cui si sviluppa e che eccede[11]. Il rizoma come centro mobile o come una molteplicità di cerchi concentrici segue i movimenti ex-centrici dei nomadi del deserto il cui il senso di mobilità spaziale offre loro la sicurezza di parecchie sedi portatili situate in punti focali lungo gli itinerari di commercio delle rotte percorse dalle "caravanes de sel"[12]. La supremazia del movimento trasversale promuove una certa orizzontalità di visione come motivatore di una sensibilità prismatica olistica in cui il nomadismo fisico complementa il nomadismo spirituale o cosmico come il segno di un senso elevato di coscienza.

La illimitatezza del deserto offre delle possibilità creative per progettare itinerari alternativi di accesso come resistenza alle gerarchie stabilite e alla stasis. La trasversalità quindi è associata con il pensiero primordiale, una maniera di pensare pre-istituzionalizzata che elude la sistematizzazione e i favori intellettuali in cui la conoscenza è percepita in termini di cosmovisione universale.

Les Hommes qui marchent descrive la coscienza nomade o la coscienza originaria delle tribù del deserto affermando:

Peut-être ont-ils l'intelligence des premiers humains qui comprirent que la survie était dans le déplacement. Celle des derniers hommes qui fuiront les apocalypses des cités. Celle des rebelles de toujours qui jamais n'adhèrent à aucun système établi. Maintenant je crois que leur marche est une certaine conception de la liberté[13].

Il romanzo associa la coscienza nomade con la flessibilità di muoversi e pensare liberamente, come meccanismo di difesa per affrontare le incongruenze della natura e dell'esistenza umana.

Orizzontalmente può essere confrontato ad una forma di conoscenza trasformativa che tuttavia è radicata in una sensibilità sahariana collettiva di movimento universale riflessa nella seguente dichiarazione: "[...] Les nomades s'enfoncèrent de plus en plus vers l'intérieur des terres. Nous descendons de ceux-là, des hommes qui marchent. Ils marchaient. Nous marchions"[14].

Il romanzo individua questa sensibilità nel cuore stesso del deserto come l'asse primario del movimento in cui la mobilità spaziale non è vista come sintomo di spostamento psichico all'interno dei confini della città ma come perno originale di rotazione che rispecchia il movimento dell'universo.

Di fronte "aux hommes qui marchent", l'altro è prima di tutto percepito nel suo carattere immobile: "Les immobiles s'ennuient tellement qu'ils fractionnent même les journées comme j'égrène les perles de mon chapelet pour prier"[15].

Il concetto temporale che prevale nei sedentari sbalordisce prima di tutto Zohra, che passa il suo tempo a rimuginare i propri ricordi della vita nomade e a trasmetterli a Leïla. La concezione dello spazio come itinerario, come percorso effettuato generazione dopo generazione, va di pari passo con una concezione ciclica del tempo, con una memoria che non suddivide la durata, ma che si trasmette attraverso la letteratura orale, unica depositaria del sapere e delle leggende della tribù.

Ils n'avaient que leurs yeux et leur mémoire pour tout instrument d'orientation. Mais ils ne pouvaient pas se perdre. La marche était leur respiration. Le seul risque qui les guettait était le piège de l'immobilité des citadins. Loin d'elle, ils étaient partout dans leur élément. Gens d'espaces et de mouvements, ils n'admettaient pas les limites.. et s'ils évoquaient parfois celles du temps, c'était pour les mettre aussitôt en abîme en parlant d'éternité. Leur existence rejoignait les générations passées et futures de nomades dans l'immatérialité : ils étaient un regard qui planait dans la lumière[16].

Se gli uomini in cammino sono prima di tutto gente degli spazi e di movimento, di contro i sedentari sono gente del tempo e dell'immobilità, esseri prigionieri del tempo che cercano di dominare. Immobile, il sedentario appare come un essere che si nasconde tra le mura la cui vita è depravata: "Curieux personnages que ceux qui vivent entre des murs. Ils doivent y cacher bien des actes licencieux"[17].

Malgrado tutto, Zohra imparerà a vivere tra delle mura, a trovarvi rifugio in particolare durante le aggressioni dell'esercito coloniale, ma ciò che sopravvive nei suoi sogni è l'immagine idealizzata del nomade:

Des gens droits et généreux, mais si fiers et si durs! Ce sont des hommes qui marchent. Ils marchent tant que la vie marche trop vite en eux. Ils sont, sans doute, à la recherche de quelque chose. Ils ne savent pas quoi et pressentent même qu'ils ne la trouveront jamais. Alors ils se taisent et avancent[18].

 

Vito Pecoraro


  1. ^ Malika Mokeddem, Les Hommes qui marchent, Paris, Grasset, 1997. D'ora in poi LHM.
  2. ^ Cfr. Linda Warley, "Locating the Sbject of Post-Colonial Autobiography", in Kunapipi, Journal of Postcolonial Writing vol XV, n. 1, 1993, p. 25.
  3. ^ Trudy Agar-Mendousse, Violence et créativité. De l'écriture algérienne au féminin, Paris, L'Harmattan, 2006, p. 106.
  4. ^ « La plus grande épidémie s'était abattue sur les nomades. Une épidémie paralysante. Celle qui mange la liberté, qui rétrécit l'horizon à des murs fermés sur eux-mêmes comme une tombe. Celle qui met du noir devant les yeux et dans la tête : l'immobilité du sédentaire ! ». LHM, p. 31.
  5. ^ Chaulet-Achour Christiane, Noûn, Algériennes dans l'écriture, Biarritz, Atlantica, « Les Colonnes d'Hercule », 1998, p. 176.
  6. ^ Cfr. Brinda Mehta, "Geographies of Space: Spatial Impositions, Circularity, and Memory in Malika Mokeddem'sLes Hommes qui marchent and Le Siècle des sauterelles in Meridians: feminism, race, transnationalism, 2003, vol. 4, n. 1, p. 5.
  7. ^ LHM, p. 10.
  8. ^ Gilles Deleuze et Félix Guattari, Mille plateaux, Paris, Éd. de Minuit, 1980, p. 21.
  9. ^ LHM, p. 13.
  10. ^ LHM, p. 11.
  11. ^ Gilles Deleuze et Félix Guattari, op. cit., p. 21.
  12. ^ LHM, p. 12.
  13. ^ LHM, p. 25.
  14. ^ LHM, p. 12.
  15. ^ LHM, p. 33.
  16. ^ LHM, p. 114.
  17. ^ LHM, p. 17.
  18. ^ LHM, pp. 24-25.

Pour citer cet article:

Référence électronique
Vito PECORARO, « LES HOMMES QUI MARCHENT DI MALIKA MOKEDDEM », Astrolabe [En ligne], Mars / Avril 2008, mis en ligne le 01/08/2018, URL : https://astrolabe.msh.uca.fr/mars-avril-2008/dossier/les-hommes-qui-marchent-di-malika-mokeddem